Coast to Coast lungo l'asse viario sud degli Stati Uniti,
la Route 10

Da un forte desiderio di evasione, di storie tramandate e avventure vissute da bikers con il bar e shield di Milwaukee tatuato nell'animo, mi sono ritrovato "paracadutato" nella città di Orlando FL. Il viaggio, un Coast to Coast lungo l'asse viario sud degli Stati Uniti (Route 10, quella che ho simpaticamente battezzato "la cugina di tutte le strade"; per ironizzare sulla Mother Road, la ruote 66. Non me ne voglia la nostra stupenda e leggendaria Appia Antica), è di circa 3700 miglia, tutto in solitaria. Il tour, unico nel suo genere, organizzato da un’agenzia viaggi per quanto attiene il volo e la moto, non comprende ne la grinta e ne la fame d'avventura.

Il percorso vero e proprio ha come prima tappa Daytona e termina nella città degli angeli, Los Angeles: 19 giorni di sensazioni, colori e profumi che rimarranno per sempre nella biblioteca dei miei ricordi.
Ma ritorniamo ad Orlando, dove, nella sede della Eagle Rider, ho ritirato la mia touring rossa, una Street Glide 103.
Il 19 marzo parto da "the city beautifull" (soprannome della città di Orlando) e, dribblato il traffico dell'ora di punta che, credetemi, il GRA di Roma a confronto non è nulla, a quasi 30 gradi, sono giunto in uno dei sancta sanctorum più importanti per i raduni HD: Daytona Beach con davanti agli occhi la smisurata lastra blu dell'oceano Atlantico.
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Mi è venuto da sorridere pensando che, alla fine del viaggio, mi avrebbe aspettato l'altro oceano, il Pacifico. Era come voler "scavare" un secondo canale di Panama, non per fini commerciali, ma per un abbraccio immaginario tra quelle due immensità.
Giorno 20 Lasciati i colori caldi della tavolozza estiva di Daytona Beach punto la prua verso Tallahassee. Lungo la strada, da Jacksonville fino alla junction per Tampa, il nero asfalto viene "inghiottito" da una pennellata di grigio intenso, fortunatamente niente pioggia e con una temperatura che resta gradevole. Mentre la route 10 continua a "srotolarsi" davanti a me, il mio viaggio si trasforma in un friendly run incontrando i membri del Chapter di Thalllahasse (Florida).
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Ne nasce un run per la contea di Leon (Florida), fatta di piccole "arterie" che si diramano su di un tessuto acquitrinoso, regalando agli occhi del viaggiatore scorci di paesaggio davvero molto belli. Sono gli swamp.
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Il valore aggiunto, per ogni viaggio che si rispetti, è sempre il fattore umano, perciò ogni incontro è una ricchezza. Tante storie, tante emozioni, come i racconti di alcuni membri di questo chapter, alcuni veterani del Vietnam, altri con le loro singolari storie come il racconto di Derrick (Tallahassee Chapter), soldato americano di stanza a Ramstein (Germania) nel lontano agosto dell'88. Il suo altruismo risultò prezioso durante il tragico schianto da parte dei velivoli della PAN (Frecce Tricolori).
Sabato 21 Buttato giù dal letto ancora da un alquanto invadente jet lag, parto di buona lena alla volta di Mobile (Alabama), città portuale che si affaccia sul Golfo del Messico. Lungo il percorso, le molteplici vibrazioni "del 103" smuovono dal sedime melmoso della profondità dell'animo pensieri interminabili, come le miglia della route 10. Elucubrazioni mentali nella considerazione che, talvolta, la vita ci porta a disegnare confini o a scavare canali. Ed eccoti all'improvviso apparire un cartello stradale: Panama City. Parlando di canali!! Superata la Black Water River State Forrest, e regolato l'orologio sul nuovo fuso orario, si entra nel "condomino", niente poco di meno che, della prestigiosa pattuglia acrobatica a stelle e a strisce "Blue Angels". Stiamo parlando di Pensacola, dove c'è anche il National Aviation Naval Museum. Dunque decido di farci una capatina prima di giungere in albergo e proseguire la giornata.
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Riprendo la strada per Mobile e dopo qualche miglio ecco che scorgo in lontananza la USS Alabama, una corazzata della seconda guerra mondiale, convertita a museo galleggiante, che fa di questa città il suo biglietto da visita.
Domenica 22 Direzione New Orleans. Sembrava dovesse diluviare, ma un benevolo Eolo ha spazzato vie le nubi. Eccola lì la perla del Mississippi, 250 anni di un minestrone di culture (francese, spagnola e americana). Tante le cose da fare, vedere e soprattutto ascoltare. Non dimentichiamo che ha dato i natali al grande Louis Armstrong. Il quartiere francese, che è l'attrazione in assoluto più bella, oserei dire impareggiabile capolavoro europeo d'America, è un dedalo di strade, stracolmo di locali, dove in ogni angolo improvvisate jazz band creano atmosfere d'altri tempi. Immancabile è la crociera sul fiume Mississippi sul mitico battello a vapore NATCHEZ, tutto scandito da una coinvolgente jazz band.
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Ma a me ha detto ancora meglio ritrovandomi nel cuore di una manifestazione religiosa dove, le tradizioni afro/americane si intrecciano a suon di jazz e gospel dove suore, preti, appartenenti ad ordini cavallereschi, gente comune ballare tutti insieme.
Giorno 24 Si riparte. Route 10 west. Miglia e miglia di ponti che sovrastano enormi e sconfinate paludi, la strada sembra essere una gigantesca "anaconda bituminosa". Arrivo a Lafayette, cittadina poco interessante, a tratti degradata, ma preziosa tappa per riprendermi dai km a piedi percorsi per New Orleans.
Giorno 25 Stesso "Museo", ma sala espositiva diversa, il TEXAS. Cambia la pennellata e con essa la tavolozza dei colori. Musica country, ranch, cappelli da cow boy e immancabili stivali texani. Prima tappa: NASA Space Center (1601 NASA Parkway). "Houston non abbiamo un problema e sto arrivando" e a dirlo nel loro linguaggio: "fallire non è una opzione"! Qui si può ammirare lo Shuttle Endevour, un modello della ISS, il LEM scala 1:1 ed altre "chicche" spaziali".
Dopo la visita al Centro NASA mi dirigo in albergo nella cittadina di Galveston, un piccolo centro portuale, molto carino, in puro stile vittoriano, con annessa oasi protetta per pellicani.
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Giorno 26 Direzione Sant'Antonio, pioggia forte e incessante e raffiche di vento tali da avere molta difficoltà nella guida. Per avere un'idea, sembrava mi trovassi in una galleria del vento, con condizioni meteo avverse. Su 400 km percorsi ho incontrato una sola moto oltre la mia: uno State Trooper dal caschetto a scodella. Provato dalla traversata non mi sono però perso d'animo e mi sono recato in Sant'Antonio down town. Pare che questa città prenda il nome dal santo portoghese che poi morì a Padova, per l'appunto Sant'Antonio da Padova. Visitata la missione francescana, conosciuta soprattutto come il Forte di Alamo (passato alla storia solo grazie al film con John Wayne), scopro il cuore pulsante turistico della città: il Riverwalk, un piccolo fiume navigabile che scorre nel centro della città sotto il livello stradale, sulle cui rive ci sono tantissimi locali e localini frequentati da turisti e autoctoni.
27 marzo Lasciata la combriccola di Trevis e Crokett (personaggi che hanno combattuto ad Alamo) mi dirigo verso Austin. Prendo la I35. In questa città di giorno non c'è molto da vedere, se non un'amena costruzione che ricorda il Campidoglio di Washington alta circa 94 metri. La sera, invece, Austin veste i panni di una città fremente di vita. Frotte di giovani si riversano nei locali della quinta, sesta e settima strada.
28 marzo Prima di partire il portiere dell'albergo, che ha amici italiani nelle Marche, mi augura buon viaggio e mi dà il telefono per qualsiasi evenienza. Anche questo è lo spirito del viaggio.
Prendo la strada 290 diretta a Fredericksburg, da lì riprendere poi la Route 10 per Fort Stockton.
La 290 è una strada molto bella, taglia per colline e praterie, case coloniche e ranch, alberi e vigneti (il Texas è il quinto produttore di vino degli USA), cactus e bestiame, compresi i bisonti.
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Arrivato a Fredericksburg (che ha dato i natali all'ammiraglio NIMITZ, comandante della flotta del Pacifico durante la WWII) tutto diventa una sorpresa: tanti bikers, macchine da corsa anni 50, Porsche d'epoca. Questa cittadina è molto turistica, specie per i we fuori porta.
Fondata da coloni tedeschi qualche secolo fa, è un misto di architettura western e mitteleuropea. Una delle particolarità è che le strade di alcuni poderi terrieri non hanno come segnaletica la parola street, ma la parola strasse (che vuol dire strada in lingua tedesca).
Riparto per riprendere la Route 10 che dopo svariate miglia di territorio cambia completamente, cambia anche l'atmosfera, ci si addentra in un paesaggio sempre più isolato e vasto, colline rocciose ricoperte di cespugli dove, un tempo, le vedette indiane controllavano il passaggio. Adesso ci sono solo enormi pale eoliche e, qui e là, isolati pozzi per l'estrazione dell'oro nero. Anche Fort Stockton, ex avamposto di frontiera, come intuisco da un monumento, è una cittadina nel nulla.
Il 29 marzo lascio le strade polverose del Forte e, con esse, anche gli odori forti di petrolio portati dal vento. Mi addentro sempre di più in un selvaggio West.
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Qui vengo avvolto da un intenso profumo di violetta. La parte brulla che divide le corsie si è infatti trasformata per miglia in uno spontaneo tappeto di violette e gialli papaveri messicani, per poi tornare di nuovo preda dei saltuari, quanto improvvisi, mulinelli di sabbia. La I10 in alcuni tratti sembra essere una lama di coltello che si apre a forza tra le colline rocciose di questa terra, un tempo patria degli indiani, terra promessa per i coloni, oggi traguardo di speranza per tanti messicani che sognano una vita migliore, lo si comprende anche dallo spiegamento dei BORDER PATROL lungo le carreggiate di servizio. Arrivo in EL PASO quasi al tramonto.
Cosa dire di questa prima parte del viaggio? Questo viaggio per me è un "salvadanaio", miglia dopo miglia, città dopo città, panorama dopo panorama, e tutto in sella ad una splendida Harley Davidson.
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Il 30 marzo, lascio El Paso, l'ultimo baluardo texano sulla linea di confine con il Messico, città tanto cara a Sergio Leone che vi ha ambientato un film (Per qualche dollaro in più) girato però interamente in Italia. La I25 North apre lo sguardo del viaggiatore sulle diverse realtà di territorio di confine, il fiume Rio Grande che divide il brullo e desolato territorio messicano e il tangibile segno di civiltà della nazione "Star and Stripes".
Entrato in New Mexico le architetture classiche americane si mescolano alle tipiche costruzioni in abobe e tegole di argilla rossa per il tetto. Immancabili i cartelli che avvisano della presenza di serpenti a sonaglio.
Dopo solo 3 miglia di strada in direzione Albuquerque, vengo dirottato su di una arteria di servizio per il controllo della Border Patrol. I severi quanto suscettibili poliziotti di confine, sono rimasti alquanto sorpresi per la mia scelta di affrontare da solo questo viaggio. Dopo aver controllato il visto di ingresso e la patente mi hanno congedato con l'appellativo di "brave man".
La strada scorre tra panorami di brullo deserto roccioso, intervallato da piccole cittadine di case prefabbricate e case viaggianti su ruote. Ai bordi delle strade miriadi di croci che ricordano eventi automobilistici poco piacevoli e cartelli che implorano di non bere alla guida. Faccio una breve pausa a Socorro, tutte le persone che incontro mi salutano, compreso lo sceriffo della contea. Quando mi chiedono come mai da queste parti, mi guardano come se fossi un marziano: sarà che sono nelle vicinanze della città di Roswell?
Dopo qualche ora di viaggio arrivo ad Albuquerque. In questa città che mantiene ancora viva l'impronta spagnola, fu fondata la Microsoft ed è qui che finalmente respiro, a pieni polmoni, la polvere della Historic Route 66.
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31 marzo La H.R.66 è una pergamena d'asfalto, dai bordi bruciati dal sole e levigati dal vento, scarabocchiata dalle ruote dei centauri, pregna di olii esausti e voglia di libertà.
Le fa da "concorrente" la I40. Le due facce del viaggiare made in USA, la prima lenta e romantica, la seconda veloce e trafficata dai grandi bisonti della strada.
Entro in Arizona, non soddisfatto della R66, indirizzo la mia prua sulla 191, direzione Navaio Nation Forest, luoghi fantastici, un manto di verdi conifere contrastato, qua e là, da formazioni rocciose color ocra accarezzate da un caldo disco d'oro incastonato in un cielo azzurro terso. Dopo svariate miglia riprendo la R10 per dirigermi nella città di Holbrook.
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1 aprile Appuntamento di prima mattino a Winslow, con il famoso "autostoppista" (una statua) reso celebre dal gruppo rock degli Eagle, per la frase "well, i'm standing on a corner in Winslow" (album Take it easy del 1972). Subito dopo l'immancabile foto di rito con il nostro "amico autostoppista", riparto alla volta di Fragstaff (Giorgio Faletti ambienta il suo giallo intitolato: Fuori da un evidente destino).
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La città è molto carina ed accogliente, la temperatura però non altrettanto, le cime nei dintorni sono ancora imbiancate. Riparto per la 180 in direzione nord e, dopo poche miglia, una intensa essenza di pino mi lascia senza fiato, è la foresta di Comino a 8000 piedi (circa 2500mt.), con la catena montuosa vulcanica del San Francisco Peacks. La sua vetta più alta raggiunge i 12.633 piedi (3851 mt.). Questa terra sacra ai Navajo e agli Hopi ha un non so chè di magico, davanti a me l'emozione e la gioia del viaggio, indietro, incorniciati dal bordo degli specchietti retrovisori, gli istanti memorabili di luoghi incantati che, allontanandomi man mano da loro, "iniettano" nel mio animo una profonda malinconia.
Presa la 64 in direzione North, arrivo finalmente ad uno dei panorami più impressionanti al mondo, fucina di reazioni emotive e spirituali: il Grand Canyon National Park. Un luogo mistico ed un vero e proprio trattato di geologia "open space", per i suoi quasi 2 miliardi di anni della storia della Terra. Un luogo assolutamente da preservare per le generazioni future.
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Alla fine di questa giornata, le quattro mura del motel di Williams mi stanno un po' strette.
2 aprile Lasciata la cittadina di Wilson con i suoi 7 gradi centigradi, mi dirigo alla volta Kingman per poi prendere la 93 nord fino a Las Vegas. Durante il tragitto mi fanno compagnia gli sconfinati altopiani che, tinteggiati di un verde pallido, fanno risaltare agli occhi i multi colorati containers degli interminabili quanto lenti convogli ferroviari. Alla loro vista ti sembra di ritornare bambino.
Dopo molte miglia, superata la diga di Hoover e la città di Hendersen, entro finalmente nella "Fabulouse Las Vegas".
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Vegas, nel gergo di tutti, è la città del lusso e del kitsch, dalle mille luci, innumerovoli casinò e sale da giochi, concerti e show teatrali. Che dire poi delle architetture bizzarre della Las Vegas Streep, si viaggi tra lo skyline di Manhattan con tanto di statua della libertà e la Tour Eiffel di Parigi; tra i fasti di Roma imperiale del Caesars Palace Hotel al Canal Grande del The Venetian con tanto di gondole e gondolieri che intonano canzoni italiane.
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Nei due giorni di sosta nella città, che è la mecca di molti bikers e rockabilly, ho il piacevole incontro con il direttore dei due Chapter della città: Ruggero Ellison, abruzzese dal cuore nobile, italiano di seconda generazione.
04 aprile Lascio una Las Vegas ancora sonnecchiante dai suoi bagordi, per attraversare l'altopiano desertico del Mojabe (4000 piedi - 1200 mt.) con i suoi Josha Trees.
Destinazione finale di tutto il viaggio: "la città degli angeli".
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Avvicinandomi a Los Angeles tutto cambia, la vegetazione più lussureggiante, ritmi autostradali più frenetici, dedalo di strade e cavalcavia... quasi a rimpiangere i luoghi lasciati alle mie spalle.
Come un "tedoforo", punto verso l'immensità di quel Pacifico, definito da molti una entità in lenta agonia, per questo simbolico abbraccio tra i due oceani; d'altronde era scritto nella sceneggiatura del mio viaggio. Quali considerazioni dopo 3.829 miglia (6.162 km) in solitario dalla Florida alla California? E' stato come rispolverare la cineteca della mia vita, non c'e' stato momento, miglio, paesaggio o quant'altro che non mi abbia fatto riflettere su me stesso, sulle sfide della vita e su quello che questa avventura mi avrebbe donato; praticamente il mio cammino di Santiago di Campostela in Galizia versione USA. Ride safe and have fun.
(Francesco G.)